Differenziare, incenerire: guardare un pò oltre

Nei giorni scorsi la sindaca di Torino Chiara Appendino ha ripreso in mano i temi ambientalisti tradizionali dei 5S, ribadendo l’opposizione all’inceneritore (per la verità ad un secondo impianto: quello vecchio, tanto osteggiato, serve eccome ad evitare di fare la fine di Roma ed anche ad aggiustare un po’ di conti del Comune..) e la volontà di ampliare a tutta la città la raccolta differenziata.

Credo sia utile fare un po’ di chiarezza al riguardo, perché si tratta di materie spesso trattate in modo evasivo che si prestano ad equivoci poi molto difficili da rimediare.

Il punto essenziale che va sottolineato è che l’argomento di cui si sta trattando non è un insieme di buone intenzioni o nobili propositi, ma propriamente un processo industriale ed economico di cui è bene afferrare tutti i termini, se si vuole ottenere il risultato virtuoso finale.

Ad oggi, infatti, il ciclo che conduce dalla raccolta differenziato al riuso delle materie seconde derivate dal riciclo presenta parecchie difficoltà ed incertezze, e pensare di ampliare la raccolta su strada è l’ultimo dei problemi.

Da qualche mese, innanzitutto, la Cina ha di fatto precluso l’ingresso delle plastiche riciclate nei propri impianti, per una serie di ragioni industriali ed economiche. L’effetto di tale condizione è che la plastica differenziata ha perso un mercato importante, il prezzo della materia secondaria è calato, e molto materiale raccolto ma senza sbocchi di smaltimento si trova fermo presso gli impianti intermedi di stoccaggio, legali e non, e spesso per superare diciamo così l’impasse si ricorre agli incendi. La via alternativa, non meno pericolosa, consiste nell’esportare la materia in altri paesi per lo più asiatici meno industrializzati della Cina, presso i quali quel che succede non è facile da ricostruire con precisione.

Dunque forzare oggi la raccolta senza preoccuparsi di chiudere il ciclo di sbocco del materiale differenziato – parlo qui di plastica, ma vale anche per altri materiali – significa probabilmente solo ampliare il volume di qualcosa che poi non si sa come trattare. Oltre tutto scaricando sul sistema un costo non marginale per l’adeguamento del sistema di raccolta. Allargare la raccolta differenziata porta a porta in zone nuove della città implica infatti un investimento iniziale significativo, e un costo di funzionamento non trascurabile – in particolare se la zona coinvolta è il centro storico – che in queste condizioni il ricavato dalla vendita del materiale differenziato certamente non riesce a coprire, e che quindi in definitiva sarà scaricato sui cittadini. Nel caso specifico, peraltro, è mia persuasione che il costo sarà attribuito non alla città nel suo insieme, ma ai soli cittadini residenti nell’area (così imparano a non votare i 5S!).

Una strategia avveduta dovrebbe, invece, iniziare con l’ampliamento del mercato di sbocco, almeno in chiave nazionale se non europea, creando la convenienza all’impiego delle materie derivate dalla differenziazione sia attraverso la leva fiscale sia semplificando la fase nota come “fine del rifiuto”, quella cioè che permette l’utilizzo del prodotto in varie tecnologie e sbocchi finali di mercato.

Per inciso, va segnalato che anche questo percorso richiede molti chiarimenti e scelte di politica ambientale: basti pensare che per certi versi esso è più facilmente percorribile dalle plastiche tradizionali piuttosto che da quelle biodegradabili, e che il gradimento dei consumatori verso certi prodotti ricavati dal polimeri plastici differenziati è limitato (colori sbiaditi, minore resistenza meccanica), e dunque occorre tra l’altro rafforzare la ricerca chimica per migliorarne la qualità.

Altri due passaggi sono importanti in questo percorso. Il primo riguarda il miglioramento degli impianti di trattamento, in qualità e quantità. L’altro, ben più significativo, riguarda un complessivo rinegoziato tra gli enti locali e i grandi consorzi di raccolta e differenziazione, come COREPLA per la plastica. Sono questi ultimi che retrocedono agli enti locali una quota di quanto ricavano dalla vendita delle materie differenziate sul mercato, e che quindi sostengono – ma solo in parte – l’equilibrio del sistema. Sono gli stessi enti che attraverso il meccanismo complesso dei controlli di qualità determinano l’efficacia complessiva del sistema di raccolta: basti pensare che un carico di plastica differenziata, se ritenuto non idoneo, viene respinto e rimandato in discarica o all’incenerimento, con doppio danno per l’ente locale che non introita il ricavato e deve in più pagare lo smaltimento del carico dopo averlo raccolto a costi superiori rispetto alla normale raccolta indifferenziata su strada.

Sarebbe auspicabile che Torino, prima di lanciare proclami, facesse una azione determinata e perseverante in ANCI e nelle altre sedi opportune per strappare almeno condizioni migliori al riguardo: so per esperienza diretta che in passato ANCI ha fatto molto meno di quello che avrebbe dovuto in tal senso.

Nel frattempo, forti miglioramenti si potrebbero ottenere sia lavorando per una migliore qualità del materiale raccolto in città, ad esempio meccanismi premianti individuali e comunitari, e una informazione più comprensibile ed immediata; sia studiando forme di intervento basate sul consenso con le strutture commerciali e dell’accoglienza (pubblici esercizi, ristoranti) per i quali vi sono molti margini di miglioramento in centro città e in periferia.

Ultima considerazione sull’inceneritore: oltre ad essere privo di reali pericoli per la salute (le caldaie a pellet e quelle mal regolate invece..) è un impianto che permette se governato in modo integrato con il sistema nel suo insieme di ottenere il miglior compromesso tra costi, ricavi e benefici ambientali nelle diverse condizioni date dall’andamento dei mercati di riferimento.

È un peccato che la considerazione di questi temi non rientri nella sfera dio pensiero dell’attuale amministrazione: del resto non è nemmeno rientrato il tema dell’ottimizzazione del valore ricavabile dalle cessioni di quote di IREN, con il risultato che la parte di governance torinese di IREN è di fatto nelle mani di amministratori di pertinenza milanese e di A2A, ma questa è un’altra storia.

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