Suggestioni per un programma regionale

Il Piemonte è precipitato al nono posto tra le regioni italiane in quanto a PIL pro Capite. Appena sotto  la media italiana, la cui media è appena sopra la media europea, il Piemonte ha perso 5 posizioni in 10 anni! Non si tratta di attribuire responsabilità a Cota o a Chiamparino, per carità, ma è vero però che le strumentazioni poste in essere non hanno funzionato: lo scandalo Finpiemonte non solo non ha giovato ma la mancata efficienza della Finanziaria ha impedito di realizzare anche in piccolissima parte i suoi obiettivi.

Dal 2008 al 2014 (anno di cui sono disponibili i dati più recenti), il Pil pro capite degli italiani è sceso del 10,4%, passando da 28.194 a 25.257 euro (-2.937). Ma questo calo non si è distribuito in modo uniforme su tutto il territorio nazionale.

Nessuna Regione italiana è riuscita ancora a tornare sui livelli pre-crisi, ma in alcuni casi il calo del Pil è stato più sensibile. In fondo alla graduatoria ordinata per variazione percentuale negativa, troviamo Campania (-15,7%), Umbria (-15,2%), Liguria (-14,0%), Calabria (-13,2%) e Lazio (-12,8%). Ma restano al di sotto del dato nazionale anche Piemonte (-12,4%), Sicilia (-12,2%), Friuli-Venezia Giulia (-11,9%) e Marche (-11,3%). In termini assoluti, sono Lazio (-4.467 euro) e Liguria (-4.448 euro) le Regioni più in difficoltà.

Meno colpite, anche se sempre in territorio negativo, sono state invece Trentino Altro Adige (-3,5%), Valle d’Aosta (-4,1%), Toscana (-7,5%), Puglia (-8,0%) e Basilicata (-8,5%).

 Mentre hanno una performance superiore alla media nazionale anche Abruzzo (-8,8%), Molise (-9,1%), Veneto (-9,4%), Sardegna (-9,6%), Emilia-Romagna (-9,7%) e Lombardia (-9,9%).

La crisi demografica produrrà nei prossimi anni un aggravamento della attuale situazione. L’esame dei dati ci permette di nutrire scarse speranze; quindi occorre reagire. Da questo argomento è possibile tracciare un quadro delle cose da fare in Piemonte.

Politiche verso la famiglia.

Da questo tema occorre partire per aiutare le giovani famiglie o quelle in via di formazione.

Proposte?

Detassazione asili nido;

favorire famiglie con più figli;

Defiscalizzazione totale su casa ed altre tasse

Precedenza su assegnazione case popolari

Agevolazione ricorso al credito con istituzione premialità progressiva per chi ha più figli

Istituzione fondi di garanzia per nuclei famigliari con necessità di acquisto prima casa, in associazione con concessione del credito agevolato a tasso zero, eventualmente con associazione di piccola quantità di fondo perduto…

Un modalità per aiutare la demografia è promuovere la crescita del Lavoro. Ovviamente  il Piemonte deve continuare ad avere la sua vocazione manifatturiera. Ma le nuove professioni, i nuovi lavori creati  anche dalla rete (pensiamo alla velocità che ci verrà permessa dal 5G) saranno fonte di lavoro e di reddito.

 Le politiche industriali non vengono direttamente realizzate dalla Regione ma la Regione ha il dovere di interagire con il governo e di concerto con le altre regioni perché si individuino le politiche industriali del Paese. Tuttalpiù la Regione può favorire nei settori di sua competenza la stabilità e il consolidamento dei segmenti economici più rilevanti.

Con tutto ciò occorre fare molta attenzione alla spesa dei fondi strtutturali in arrivo dalla Unione europea, perché non è importante quanto si spende ma come si spende.

Ne settore della Agricoltura e delle Foreste molto è stato fatto ma occorre continuare a perseguire la via dell’agricoltura di qualità: dal vino alla zootecnia, dalle coltivazioni pregiate come il riso[1]   ad un uso più razionale delle risorse finanziarie e tecniche (a  cominciare dalla impostazione del prossimo Fondo Europeo destinato al comparto).

Nel settore legno la Regione gode di un invidiabile primato. E’ la regione più forestata d’Italia con oltre un milione di ettari di superficie a bosco (l’Italia ha 12 milioni di Ha). Purtroppo la carenza infrastrutturale non permette di entrare nel bosco e quindi siamo deficitari nella produzione di legna per pellet (che regolarmente importiamo dall’estero). Eppure la produzione di pellet permetterebbe la realizzazione di piccoli stabilimenti nei fondo valle in grado di assorbire manodopera che non dovendo più abbandonare la montagna permetterebbe di non desertifiare la montagna stessa. La produzione di legname da opera lascia nel bosco il materiale che occorre proprio per la produzione di pellet [2].

Tenere il bosco pulito permette alle falde di essere alimentate dall’acqua piovana che penetrerebbe anziché andare verso torrenti, fiumi provocando spesso alluvioni, frane, smottamenti a valle dove cittadini ignari devono spesso subire danni dovuti all’acqua non bene canalizzata a monte.

Nel settore dell’artigianato (oltre 130mila imprese in Piemonte) occorre mettere risorse a disposizione per le necessità di credito.

Non necessariamente agevolato ma risorse a garanzia per gli investimenti e gli ammodernamenti) [3]. Oggi con il non funzionamento di Finpiemonte la cosa sembra essere impossibile, ma con una finanziaria più efficiente anche questo obiettivo potrà essrre raggiunto.

Nel settore del commercio occorre predisporsi alla crisi che entro pochi anni investirà il settore della media e grande distribuzione. Essa è fortemente impegnata a resistere alla concorrenza di Amazon e degli altri operatori che consegnano all’indirizzo del consumatore la merce acquistata senza aggravio di costi. Si tratterà presumibilmente di qualche migliaio di persone che perderanno il lavoro in Piemonte, lavoratori non in possesso di adeguata professionalità per poter aspirare ad una ricollocazione e probabilmente anche in età non più giovanissima

La Regione in accordo con le altre della Pianura Padana dovrà attrezzarsi; il caso della Lombardia è paradigmatico di come sta affrontando il tema: con gli strumenti a sua disposizione cerca di frenare con azioni tendenti a raffreddare la proliferazione delle piattaforme logistiche; poca roba, si dirà, ma intanto la Lombardia ha assunto il tema; il Piemonte non ha ancora iniziato. Ciò detto occorre lavorare perché nel settore del commercio vengano valorizzate le botteghe storiche, i negozi che danno lustro alla città favorendo le” vetrine accese” e cercando di mantenere in esercizio le imprese nei centri storici (tutto ciò non produrrà posti di lavoro, ma almeno consentirà il mantenimento del decoro nei centri cittadini). La Regione dovrebbe invece impegnarsi maggiormente nella battaglia per prevenire la desertificazione commerciale in montagna e nelle zone disagiate. La detassazione fiscale sarebbe già un primo punto per mantenere in quei luoghi l’attività commerciale ma questo è compito del governo centrale. La Regione potrebbe utilizzare anche a favore di progetti che vedano le imprese commerciali come destinatari di risorse comunitarie (cosa che il Piemonte ha sempre cercato di evitare).

Per queste imprese è necessario impostare politiche di credito agevolato cercando di utilizzare, come in Lombardia, anche risorse provenienti dai fondi strutturali. In Piemonte Confindustria ha sempre impedito alla Regione di sviluppare politiche di sostegno al credito che non fossero dedicate alla media o grande impresa, lasciando le briciole ad artigianato e commercio. Già, perché il livello di “collaborazione” tra Confindustria e Regione era ad un punto così elevato per cui le misure sui fondi strutturali venivano spesso redatte in Via Fanti; sui fondi strutturali occorre inoltre provvedere, all’inizio di un nuovo settennato che porterà in Piemonte qualcosa come 4/4,5 miliardi di Euro, alla realizzazione di una vera Cabina di Progettazione per l’uso delle risorse, cabina (che poi si trasformerà in Comitato di Sorveglianza, quando la Regione entrerà in contatto ufficiale con Bruxelles) di cui potranno ovviamente continuare a far parte rappresentanti delle associazioni imprenditoriali ma anche tecnici ed esperti (consulenti, docenti universitari ecc) per la produzione delle cosiddette misure. La Regione è sempre stata impegnata ad utilizzare i fondi strutturali che vengono distribuiti alle imprese sulla base di bandi. Occorre che la cabina di regia invece sia da sprone per l’utilizzazione anche delle risorse gestite direttamente da Bruxelles, con i programmi. Alcuni di questi permettono di ottenere risorse nei settori dell’innovazione tecnologica, altri  nei settori dell’ambiente. Le imprese italiane sono generalmente scevre dall’utilizzarli: è più facile partecipare a bandi a Torino che presentare direttamente a Bruxelles i progetti; una cabina di regia pubblica potrebbe aiutare come base logistica questa operazione (ovviamente non c’è nulla di nuovo, perché altre regioni già si comportano in questo modo).

 Per tutto ciò occorre una strumentazione nuova, efficiente ed efficace, come una nuova Finpiemonte guidata da persone esperte, non necessariamente amiche di presidenti o assessori ma capaci! Qui si potrebbero organizzare le cabine di regia necessarie, in collaborazione con le strutture interne regionali.

L’immigrazione.

Non è il caso di credere che il fenomeno si ridurrà o si amplierà a seconda di come un governo centrale decida di assumere politiche a favore o contro. Il fenomeno riguarda 60 milioni di persone ogni anno e non sono certamente i 50 disperati della nave Diciotti che possono spostare, se non esclusivamente in modo mediatico, i termini della questione.

Può aiutare il  sostenere che tra il 1890 e il 1922 gli italiani emigrati siano stati 33 milioni?

 E che le loro rimesse hanno aiutato i governi Giolitti a far sembrare l’economia italiana qualcosa di florido? Può aiutare il sostenere che non riusciremo a rimpatriare il 90% degli immigrati “irregolari” perché i loro Paesi non hanno accordi di reciprocità per cui non si accolleranno mai il rimpatrio (anche perché se l’immigrato ha un reddito anche solo di 6/7mila euro all’anno, riuscendo a sopravvivere con molto meno, riesce ad inviare un po’ di soldi alla famiglia che con 2000 euro riesce a campare per un anno intero?).

Allora il problema è come noi dobbiamo razionalmente affrontare l’immigrazione e trasformare questa emergenza in opportunità.

Il lavoro degli immigrati è sempre più spesso necessario, anche negli uffici, negli ospedali, nelle case delle famiglie per le cure ad handicappati o persone anziane… eppure, facciamo finta che il problema non esista!

 Abbiamo bisogno o no della forza lavoro prodotta da questi immigrati?

Abbiamo bisogno o no che loro si impegnino a lavorare in settori dell’economia oggi totalmente abbandonati dall’italiano medio? Abbiamo bisogno degli immigrati perché hanno più voglia degli italiani di intraprendere attività nel comparto commerciale e manifatturiero (quello a basso valore aggiunto) ove occorre minor quantitativo di capitale da investire. Favorire il credito alle piccole imprese con aggiunta di garanzie (istituzione di fondo di garanzia con Finpiemonte).

Per approfondimenti sarà il caso di consultare i dati Unioncamere sulle nuove imprese in mano a stranieri intra ed extracomunitari.

Infine vi sono altri importanti settori che potranno aiutare il PIL a risollevarsi almeno un po’.

La formazione professionale dovrà essere più collegata al mondo del lavoro e alle sue richieste, mentre il turismo e la cultura, già oggi ben strutturati ed organizzati, potranno contribuire non poco all’obiettivo di riportare il Piemonte tra le prime 3 o 4 regioni italiane.

Tutto ciò sarà possibile se l’amministrazione vorrà appoggiarsi alla consultazione e al confronto come metodo ordinario con i corpi intermedi di questa società, troppo spesso orientata a sentire le sirene della cosiddetta democrazia diretta, che come tutti sappiamo non è diretta dal popolo ma è orientata da qualcheduno…

In finale vorrei sostenere la tesi secondo cui le riforme costituzionali potrebbero anche essere fatte entro i prossimi 20 anni, ma si rende necessaria una riforma molto incisiva sulla distribuzione delle competenze tra Stato e Regioni, tra Regioni e Province e Città metropolitana (il cui sistema elettorale produce storture difficili da sopportare).

Senza contare che l’Europa voluta dai padri fondatori non è l’Europa degli stati ma l’Europa delle Regioni. Per dare maggiore forza alle regioni italiane forse è giunto il momento di ridisegnare ed accorpare alcune delle attuali 20 regioni ricombinandole, secondo criteri trasportistici, orografici e demografici, in 10/12 aggregazioni.

bIl Piemonte potrebbe tranquillamente costituire una nuova regione con Liguria e Valle d’Aosta giungendo a dei risparmi cospicui in termini di personale e strutture, mentre a Bruxelles questa nuova aggregazione potrebbe essere più facilmente ascoltata, in rappresentanza di 7/8 milioni di abitanti (la Lombardia con i suoi 10 milioni sarebbe già alla altezza delle più importanti regioni europee mentre per il resto d’Italia si potrebbero fare ancora una decina di regioni…).

L’obiettivo è quello di avere una vera ed efficace rappresentanza in grado di competere al pari delle più importanti regioni europee per conseguire i migliori risultati possibili.


  • [1] Per il riso ed anche per il mais ad esempio sarebbe stata utile l’iniziativa regionale nella costruzione di nuovi invasi per l’irrigazione; invasi che oltre al resto possono incrementare la produzione di energia elettrica pulita. Ma ormai sono decenni che la Regione, imbrigliata dai “no dighe” non esercita il suo ruolo strategico.
  • [2] Non si pensi minimamente che occorra distruggere alberi: il materiale che occorre è quello lasciato nel bosco a marcire per la non convenienza nella sua raccolta; inoltre, questo materiale potrebbe essere utilizzato per piccole centraline di pirogassificazione per la produzione di energia elettrica. La gassificazione è un processo chimico che permette di convertire materiale ricco in carbonio, come le biomasse, in monossido di carbonio, idrogeno e altri composti gassosi. Questo processo permette ad intere comunità di avere riscaldamento ed energia elettrica (l’impianto di Villanova Mondovì permette di ottenere energia per la quasi totalità degli impianti industriali dell’area industriale attrezzata).Ovviamente la sperimentazione deve continuare per avere a disposizione motori performanti con più elevate rese che rendano questo tipo di impianto conveniente…

[3] Vedi l’articolo di Pino De Michele a proposito dell’artigianato.

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